La cugina di Marchionne: "Attendeva la pensione per passare un po’ di tempo in Abruzzo" - Il ricordo del top manager di origini abruzzesi
 
Chieti   Cronaca 28/07

La cugina di Marchionne: "Attendeva la pensione per passare un po’ di tempo in Abruzzo"

Il ricordo del top manager di origini abruzzesi

Sergio Marchionne"Sergio non avrebbe mai deciso di fare politica perché era uomo integro e non incline al compromesso". A raccontarlo all'ANSA  Laura Mancini, cugina di Sergio Marchionne, figlia della sorella del padre del manager.

"Sergio - dice - è sempre stato un uomo schivo, riservato e informale che badava alla sostanza senza perdere di vista il fattore umano. Aspettava la pensione per poter venire a trascorrere un po' di tempo con noi parenti abruzzesi, ce lo ha detto anche l'ultima volta che è venuto".

"Sergio non amava il clamore, la sovraesposizione mediatica, né le persone in cerca di facile notorietà - racconta con la voce flebile e affranta la parente - ha sempre vissuto in modo low profile nonostante la carriera prestigiosa che ha fatto lo abbia portato alla ribalta della scena internazionale. In casa sua quando era a Chieti si respirava un clima di grande serenità e mai di austerità come si potrebbe essere indotti a pensare visto che il padre era un Carabiniere. Sergio era un adolescente gioioso, affettuoso, giocherellone e compagnone. Un ragazzo dall'intelligenza fuori dal comune. Negli anni cinquanta ho vissuto a Chieti in Via Galliani a casa degli zii Concezio e Maria, i genitori di Sergio, per poter frequentare il Liceo Classico Gian Battista Vico. Zia Maria, che è venuta a mancare a maggio di quest'anno, per me è stata una mamma. Mi ha insegnato a cucinare, le buone maniere, il saper vivere. Sergio per me era un fratello, così come sua sorella Luciana. Da adulto, quando era con noi parenti, spesso si divertiva a parlare il dialetto ed era uno spasso".

E sull'incarico a Torino: "Ricordo le sue riflessioni e i suoi dubbi quando fu chiamato dagli Agnelli a risolvere i problemi dell'azienda del Lingotto. Mi diceva che si trattava di un incarico di grande responsabilità. E fu con lo stesso senso di responsabilità che, dopo aver esaminato la situazione economica del gruppo, accettò l'incarico. Sentiva su di sé il peso dei problemi dell'azienda torinese e non voleva tradire le aspettative riposte su di lui dai tanti lavoratori Fiat".

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